Aporia
- La Dantesca

- 29 nov 2021
- Tempo di lettura: 4 min
Cara Anna, sono guarito.
So bene che l’ultima cosa che ti saresti aspettata in questo momento era una mia lettera, forse non mi credevi nemmeno vivo, ma, contro tutte le nostre aspettative, sono seduto su una poltroncina e scrivo queste poche parole con le mie mani. Ora funzionano, ora non sono più bloccate. La Sclerosi si era presa tutto ciò che avevo, il mio corpo, la mia vita. Ora, tutto è tornato come prima, ora, ho ripreso in mano la mia vita e non la lascerò andare; sento di poterla stringere così forte da riuscire a fermare la morte, e forse anche il mondo intero. Gli ultimi giorni erano diventati tremendamente lunghi, ho visto il mio respiro diventare un’opaca e densa nuvola di fumo, troppo pesante da poter aspirare e troppo leggera per poter vivere, ed il cielo spegnersi, divenire grigio, statico. Ho sentito la mia carne logorarsi ad ogni ticchettio d’orologio e la mente annebbiarsi per i pensieri. La prigione del tuo stesso corpo è la più tremenda delle torture: ho provato pietà per me stesso. Quando la tua voce diventa il fischio di un morto, lo spettro di quello che eri e che non puoi essere più, inizi a sentirti un’ombra, il fantasma di te stesso, e non puoi far altro che desiderare che tutto finisca e che tu possa finalmente riposare. Ma non fraintendere il mio tono funebre, ora sto bene. Quando mi hanno svegliato, i medici mi hanno accolto con un grande sorriso, mi hanno detto che era andato tutto bene.
Sono finalmente libero. Devo confessartelo, non ero molto fiducioso. Pensavo sarei morto, pensavo sarei diventato una macchina, e ripensandoci forse lo sono. Sono troppo legato alla vita per mollare, troppo legato a questo corpo per lasciare che mi imprigioni. Molti avrebbero scelto di morire al mio posto, ma io no. Non avrei mai potuto farla finita, il sol pensiero mi fa rabbrividire. La prima cosa che noti quando esci vittorioso dall’ospedale è l’odore di ciò che ti circonda, come il mondo non sia solo tanfo di disinfettante e spirito, respirare diventa la cosa più divertente, quasi come se i tuoi polmoni si rigenerassero nel momento in cui varchi la porta d’uscita. Senti il vento sulle gambe e lui ti cinge in un morbido abbraccio, ti passa per i capelli e su tutto il viso. Penso di aver pianto dopo aver visto la pioggia, nonostante l’abbia sempre disprezzata – so che tu lo ricordi molto bene, e forse ancora di più quando ho visto l’alba, non più da una finestra. Anna, posso giurarti di non aver mai amato i colori così come li amo ora, così come il sole sulla pelle, andare in bici o nuotare o semplicemente bere un bicchiere d’acqua. Non devo mangiare, né bere, ed in verità nemmeno dormire, ma posso tranquillamente scegliere di fare queste cose quando voglio. Non so perché le cose siano così, né dove io sia, ed anche a me sembra inedito potermi sostenere senza effettivamente farlo, ma non mi pongo troppe domande: ho passato troppo tempo a farlo e non voglio di certo sprecare, di nuovo, i giorni che ho. Mi sembra di star vivendo in un miracolo ogni giorno, un sogno. La mattina cerco di svegliarmi il più presto possibile per poter uscire quando il sole non è ancora sorto, andare in spiaggia e godermi la brezza del mare. Qui il panorama è tropicale e fa caldo tutto l’anno, vivo il tepore delle giornate e la freschezza della notte. Ora passeggio molto, sai? Ho persino ricominciato a suonare e sono sicuramente più bravo di prima. La sera guardo fuori dalle grandi finestre di questa casa e suono fino al mattino successivo, non sento stanchezza. Sono come attaccato ad una spina elettrica, un flusso d’energia in costante movimento - spero tu possa capire dalle mie parole cosa intendo. Anzi, mi auguro tu stia vivendo come me, apprezzando ogni battito ed ogni respiro, rinvigorendo ogni secondo di più. Non esagero dicendoti che mi sembra di camminare sull’aria, non tocco terra, non so se mai arriverò a sfiorare il cielo - un Icaro moderno, chissà. Ho deciso di iscrivermi a qualsiasi cosa mi venga proposta, l’isola è piccola ma è prevalentemente turistica e si sono attrezzati bene – ti piacerebbe molto qui. La gente è molto ospitale, anche un po’ scontata, mi sembra di sapere sempre cosa stiano per dire.
Mi manchi molto. Magari scriverti questa lettera non sarà la migliore scelta che io abbia mai fatto, non so come mi sentirò a scrivere il nostro vecchio indirizzo di casa e sperare in una risposta, ma ora vivo la vita in un modo diverso: non mi concedo rimpianti. Ho ricordato tutto, la nostra storia, le tue mani nelle mie, quanto forte devi essere stata? Dentro di me so che stai bene anche tu, che ti senti leggera: non potrei essere più felice. Ti immagino, un grande sorriso sul viso, gli occhi ridanciani e le gote rosse, magari con dei bambini finalmente tuoi ed un marito amorevole. Ti vedo, una casa grande ed un giardino colorato, la macchina che parcheggia nel vialetto e tu, che vivi spensierata la tua libertà. Ti amo, ti sento, ti penso sempre. Ma non posso incatenarti, non di nuovo. Hai sempre mantenuto le tue promesse, sei sempre stata al mio fianco ed ora non posso che ricambiare il favore, lasciando che tu vada avanti, slegata da qualsiasi passato. Come dicevo, questa lettera potrebbe sembrare una pessima idea, un mezzo per ottenere l’esatto contrario di ciò che voglio: liberarti. Invece, sarà il testamento che avrei dovuto lasciarti se fossi morto; voglio che sia il monito che ti spinge a camminare sul filo del rasoio, a rischiare ed urlare fedeltà alla vita.
Vivi libera. Sempre.
Tuo, Riccardo.
Un giovane dottore invita un collega ad entrare nella stanzetta, è spoglia e scura, l’unica luce presente è quella generata da un largo monitor. Sullo schermo si alternano le immagini di un uomo che scrive una lettera, sembra pensieroso. L’altro medico chiude la porta dietro di sé ed osserva il marchingegno: un intricato insieme di fili collega un cervello alla macchina. “Sembra che Riccardo sia felice” dice. “Non potrebbe stare meglio, l’esperimento è riuscito” risponde l’altro.
Foto di copertina: National Cancer Institute



Commenti