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Il "solito posto"

  • Immagine del redattore: La Dantesca
    La Dantesca
  • 13 ott 2022
  • Tempo di lettura: 3 min

7 e 40. Tuo padre tuona in camera e ti tira giù le coperte. Gli bofonchi qualche insulto, hai i capelli scerrati. Scappi di sotto: i tuoi urlano un "corri che è tardi!". Un pulmino lo potrebbero mettere, no? Pensi che lasciar vagare dei ragazzini sulle bici, in inverno, dovrebbe essere un reato. Poi, non è mica giusto che debba essere proprio tu quello che si becca il rinculo di tutti i sanpietrini. Senza contare, che 'sti sanpietrini li ha messi proprio il Sindaco. Menomale che volevano rendere quel postaccio un po' più abitabile. Lo zaino pieno fino a scoppiare, la cartella di arte, la sacchetta di ginnastica, il progetto di scienze, la ricerca di religione. Ti ferma un signore col camion, ti chiede se hai bisogno di aiuto con il trasloco. Insomma, arrivi al cancello della scuola e suonano la campanella. Mai e poi mai vorresti dover ricordare le medie, eppure basta fare una passeggiata per la tua vecchia città per associare qualche ricordo. In alternativa, ci sarà sempre un articolo su Be Wilde per rimediare. La mia vecchia scuola era un casermone arancione, giallo e blu. All'entrata, ti accoglieva una testa gigante di marmo, il cui proprietario era il malcapitato che aveva dato il nome a l'ecomostro tricolor. Per il resto, non c'è mai stato niente di speciale. Forse, l'unica menzione da fare è che, cercando su internet, si possono trovare allegrissime foto scattate con il flash. I soggetti? Quei poverini della banda della scuola: degno di nota, tutti quelli che vi partecipavano condividevano questo velo di nostalgia in viso - io, personalmente, non me lo sono mai spiegata.


Nel cortile, l'unico tocco di colore lo dava un pruno basso. D'estate - a scuola chiusa - poteva finalmente respirare e riempire di fiorellini rosa tutta la strada. Ma la vera magia, avveniva fuori dal recinto. Così, fra la pescheria e il tabacchino, c'era "S.". Un negozietto con una vetrina e mezza, dentro c'erano solo due tavoli alti e qualche sgabello di legno. La targa, poi, era veramente chic: "Pane, Pizza, Dolci e...".


Nonostante le domande, S. non ha mai svelato cosa ci fosse oltre i dolci.


Ogni giorno, alle 16.30, qualche minuto in meno, qualche minuto in più, noi eravamo lì. Come prova, le foto di Google Maps. Passavamo lì tutto il pomeriggio, a parlare di quanto facessero schifo le medie e i professori, a volte rendevamo S. protagonista dei nostri discorsi. Avevamo formato una corazza solida, in un posto sicuro, con cui poterci prendere cura gli uni degli altri durante quelle settimane interminabili di scuola. Ci strafogavamo di hot dog o pizzette - ripensandoci, non dovevo stupirmi dei brufoli. Negli ultimi tempi, era comparsa sul muro anche una rubrica di sughero: la moltitudine di disegni appesi dimostrava la fama.


Un ingrediente necessario per il perfetto "solito bar" sono i personaggi che lo frequentano. In questo caso, la lista era davvero lunghissima: ognuno sbucava durante una certa parte della giornata e aveva un rapporto diverso con S.. Come poter dimenticare "Sole"? O il pizzaiolo fantasma, quello che stava nel retro a cucinare pizzette tutto il giorno? Ad oggi, il bar c'è ancora, ma noi non lo frequentiamo più. Ci siamo persi di vista, tutti in città diverse, insomma, siamo cresciuti. Eppure, niente riesce a farci dimenticare di quel periodo o di quel baretto sgangherato. Se volessimo fare gli smielati, potremmo dire che quel "Pane, Pizza, Dolci e..." continua con le persone che lo vivevano, ma sappiamo benissimo di non essere stati noi. Consapevoli di aver condiviso lo statuto di "soggetti strani che frequentano la pizzeria di S." proprio come quelli di cui parlavamo noi, passare davanti a quelle vetrine fa un certo effetto. Non avrei mai pensato di scrivere, a vent'anni, una lettera aperta ad una hot-doggeria, eppure non è mai troppo tardi per ricredersi. Grazie, Saverio.



Foto di copertina: Yuvraj Singh

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