Epifania
- La Dantesca

- 15 nov 2021
- Tempo di lettura: 4 min
Cara M., Non volevo tediarti con una lettera, ed in verità non mi sarei mai aspettato di dovertene scrivere una, ma continui a visitarmi in sogno e non capisco cosa tu stia cercando in me, se non durante la veglia. Ti manifesti in ogni mia notte, una sera ed un’altra: ci siamo incontrati così la prima volta, ricordi?
Da piccolo, mia madre mi cantava di bellissime fanciulle, dai lunghi capelli mossi: figure quasi eteree, che allietavano i miei sonni e mi accompagnavano con danze e canti, cullandomi anche nelle notti più spaventose. Erano ballerine, cantanti, musiche, abilissime nelle arti. La mattina, al risveglio, aprivo gli occhi e ricordavo ancora quelle strane nutrici notturne; le cercavo fra le persone del nostro teatro errante - il Timeo, so bene che lo ricordi - ma nessuno riusciva a saziare la mia ricerca. Allora, indagavo nel pubblico che ci guardava in piazza, nelle signore che si godevano il Sole sulla battigia, nelle commercianti che ci vendevano le stoffe per i costumi. Al tempo, impiegavo le giornate come garzone e mi limitavo a correre per la città ad avvisare la gente del nostro arrivo o a pulire il palchetto con qualche straccio. La compagnia era ancora grande - pensa che Annetta recitava ancora – e noi ci spostavamo per tutta l’Italia, prima a Nord e poi a Sud. Conosci bene quale fosse il nostro viaggio. È stato difficile capire quale fosse “casa”, nonostante la risposta più ovvia fosse il nostro caravan; non accadeva di rado che mi sentissi fuori luogo. L’unica certezza me l’hai sempre data tu: io appartengo al tuo popolo, alla tua gente, al tuo posto. Ne sono felice, in parte, ma ho paura che questo amore finirà per uccidermi. La vita da nomade non è sicura e preferirei avere la fortuna di coloro che si professano fedeli ad altre routine: una vita tranquilla, una vita “normale”. Ma come potrei astenermi, quando proprio tu hai deciso di affidarmi questo compito? Ricordo tutto benissimo: lo spettacolo di quella sera era un fuori-programma; ci eravamo accampati su un grande terreno poco folto, l’erba era per lo più secca e l’afa estiva rendeva quel pezzetto di terra un piccolo “deserto” fra il cemento della città. Le quinte erano in delirio, quel giorno Marina mancava, e tutti si muovevano freneticamente dietro il fondale, fra un cambio d’abito ed un altro. Ripensando a quell’esibizione, rido sempre della lunghissima presentazione che fece Geremia, tentando di prendere tempo in ogni modo. Qualche minuto dopo, ecco il protagonista sul palco: mio padre, il panciotto stretto sul petto, la sua figura slanciata che recita le sue linee. Un’istrionica prova di bravura, le risate degli abitanti del posto. Entra in scena anche Tonio, quasi in ritardo: erano un duo forte. Quei tipici amici d’infanzia che la vita ha allontanato e poi costretto a ricongiungersi. Le battute si susseguono veloci. La platea è grande stasera. Ma tutt’a un tratto, il resto scompare. La scena è stata interrotta: il corpo di mio padre è steso sul proscenio. Un lungo silenzio. Lui rimane inerte. Alcuni spettatori pensano che la scena non si sia interrotta, ma noi tutti abbiamo colto lo sguardo sul viso di Tonio. Si precipita su mio padre, chiedendo aiuto fra quelle sedie precarie che avevamo adibito a parterre. Quella notte, mio padre cadde. Morì, senza motivo apparente, con lo stupore di tutta la compagnia. Quella notte, mia madre si spense. Perse ogni amore per quella vita, per quel teatro. Non recitò più, non sorrise più. Il Timeo, si disgregò piano a piano, perdendo i suoi membri più importanti. Io ero piccolo, ma non troppo. Quella notte, ti incontrai. In sogno, non più tutte quelle fanciulle, ma solo una: eri tu. La pelle placida, che risplendeva di una luce eterna, gli occhi languidi e severi. Eri rivestita di una giovinezza che pareva non appartenerti, come se avessi vissuto i più antichi anni e i più lontani periodi. In mano avevi una maschera e sul capo una corona di cipresso. Sulla cinta, un coltello in un fodero, che ora cingevi col palmo. Facesti trafiggere la maschera dal coltello: continuavi a guardarmi, ora giudiziosa. Ero spaventato ed affascinato dalla tua presenza così divina, non sapevo che nome darti per poterti raccontare. Mi hai trasportato in un anfiteatro, la tua richiesta era chiara. Da quel giorno in poi, non avrei perso un giorno lontano dalle assi del palco. Ho letto tragedie e raccontato di te, Melpomene, parlato di quella notte come l’epifania del mio scopo. La conversione totale a te, all’arte della maschera.
Adesso, continui a cercarmi in sogno. Appari, come hai sempre fatto nei momenti più bui. In queste notti, vestita dalla toga, siedi con mia madre e canti la sua musica andalusa. Ed io mi cruccio, non capisco cosa si celi dietro il tuo nuovo richiamo, ma so che ciò che risiede in te è la luce degli artisti, la guida di chi regala la sua vita al re Teatro. Lei, mia madre, che ha cessato di vivere la passione e l’amore perché il fato le ha strappato il sorriso, è la tua nuova ossessione: vuoi forse cingerla di nuovo fra le tue braccia? Perché passi per me, allora? Ti scrivo in cerca di una spiegazione, una chiave che possa aiutarmi a scegliere la mia prossima mossa ed a capire come agire, per te e con te. Ti aspetto nei miei sogni, Tuo, L.
Foto di copertina: Etienne Boulanger su Unsplash



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