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I Shot The Sheriff

  • Immagine del redattore: La Dantesca
    La Dantesca
  • 23 dic 2021
  • Tempo di lettura: 5 min

Nei rumorosi, divertenti, terrificanti anni ‘70 era nota consuetudine festeggiare il sabato sera presso uno dei tanti club amatoriali sparsi per le città. L’invito era un gioviale passaparola di conoscenti e amici-di amici-di amici, ma il suo potenziale restava insuperabile. Così, in una nuvola di profumi - discutibili e non - le strade si coloravano di motorini e bici, parcheggiate davanti alle serrande di officine e simili. Precisamente, l’anno era il 1973 - per intenderci, Bob Marley suonava ancora con i Wailers. Dietro la gestione di un club si celavano molte responsabilità: io avevo quella di selezionare i dischi da passare durante la serata. Mi sbizzarrivo, glam rock e rock psichedelico, un po’ di cantautorato, poi reggae e funk. Ero abbastanza noto, sapevo fare il mio lavoro. Avevamo organizzato una grande festa per il 24 dicembre, si parlava di una cinquantina di invitati - nella conta dei partecipanti, eravamo soliti ignorare gli imbucati, per quanto ne fossimo consapevoli. Avevamo addobbato la saletta con qualche festone verde e qualche chincaglieria natalizia. Marina mi teneva la scaletta, mentre fissavo qualche chiodo: “Che te ne pare? Sta uscendo bene?”. “Credo di sì Marì, tu che dici?”. “Mah, non saprei. Mi sembra un po’ troppo”. Credetemi, niente di più pacchiano: ma a chi sarebbe importato, se non a noi? La convinsi subito. Marina era il punto chiave della nostra operazione-club: il suo compito era quello di selezionare chi avrebbe ricevuto l’invito; la sua era la responsabilità più grande, anche soltanto una persona sbagliata avrebbe significato una festa rovinata, per qualsiasi motivo. Quel pomeriggio mi parve parecchio preoccupata,ma non mi curai di chiederle il perchè. Avevo ben altro per la testa. Nella lista accuratamente stilata da Marina, avevo forzato un posto per la mia cotta dell’epoca, Simona. Un tipico “tutti sanno tutto, eccetto gli interessati”, insomma. Ero consapevole delle mie chances pressappoco inesistenti, ma coltivavo comunque quell’ottimismo puerile che molti riconosceranno. A volte bisogna darsi delle pacche da soli per non sprofondare nell’insicurezza, a maggior ragione se si è appena diciottenni. L’unica certezza era quella di aver preso la patente, e spesso questo mi bastava. “Fatto sta che stasera viene Simona e non so come dovrei comportarmi”. “Ma che vuoi? Non devi fare niente di che”. “Ma che vuoi tu! Che faccio? Le dico che l’ho invitata io? Le vado a parlare e faccio finta di niente? Come mi devo vestire?”. Marina rideva di me, ma l’occasione non era adatta. “Sei proprio esagerato, fattelo dire. Stasera andrai da lei e lei dirai, con nonchalance, di averla invitata perché dovevi assolutamente farle sentire un pezzo”. Marina la faceva semplice, naturalmente. “Scusa, ma che pezzo le faccio sentire che quella già li conosce tutti?” forse le pacchette ed aver preso la patente presto non funzionavano poi così bene. “Tranquillo, ci facciamo prestare qualche disco da qualcuno”. Il tramonto mi prese alla sprovvista. Dalla porta del garage, la luce di quelle quattro lampade che avevamo raccattato in giro illuminava tutta la strada. Io e Marina avevamo preparato tutto: sui tavoli, sedevano fiere bottiglie e bottiglie dalle provenienze più sconosciute. Qualcuno del club aveva sparso la voce che alcune fossero state rubate dalla Russia direttamente dal padre di Marina, e per un po’ ci credetti anche io, ma non durò molto. Decisi a trovare un nuovo 33 giri, avevamo chiuso la baracca per cercare un’anima pia che, il giorno della vigilia di Natale, volesse prestarcene uno. Le strade erano praticamente deserte, ai lati dei marciapiede stazionava qualche cumulo di neve sporca, grigiastra, una visione poco natalizia. La linea che congiunge una parte della città all'altra è comunemente nota come "A' Miruzza", in onore della patrona, che di dice l'abbia costruita da sé. Io e Marina la percorrevamo ogni giorno, da Borgo Speranza a Via dei Patrioti, da scuola al garage di Nino, sede del club. Era impossibile sbagliare. Eppure. Marina amava giocare, era sempre scherzosa. Vederla preoccupata era sempre segno di qualcosa di veramente negativo: una volta allentata la tensione per il fattore-Simona, mi tornò in mente di non essere l'unico autorizzato ad essere preoccupato. "Marì, è successo qualcosa?". Marina guardava in basso "Ma no... È solo che...No dai, non capiresti". "Perché non dovrei? Dai, ti prometto che mi impegno al massimo". "Non è quello, è che…". In lontananza, una luce fioca catturava l'attenzione dei passanti e accanto, un senzatetto suonava una chitarra. Forse aveva i polpastrelli rovinati dal freddo, forse no, ma i guanti che indossava sicuramente non gli coprivano completamente le dita. "E cosa quindi?". Marina si girò, per la strada c'era qualche gruppetto, ma niente di più. Tutto sembrava regnare nella calma, quella calma terrificante che precede sempre qualcosa di brutto. Sì, sì stava per succedere qualcosa si molto brutto: ecco, un colpo, orribile, dritto in testa! Una pallina di neve, ragazzi, era semplicemente una pallina di neve. Marina con scatto felino, mi aveva lanciato una pallina di neve proprio in testa: una mossa meschina, visto la conversazione profonda che stavo cercando di convincerla ad avere. Mi preparai al contrattacco e nel giro di qualche secondo le ricambiai l'offerta. Un altro colpo, dritto in faccia! Uno-a-uno. Roberto Trovani-Marina Lupecchi. La Lupecchi non si era ancora arresa; ora era il suo turno, nelle sue mani teneva una splendida sfera biancastra, pronta al lancio. Uno, due, tre: SBAM! Un'altra pallina lanciata, ma questa volta il bersaglio non è stato Roberto Trovani, ma un altro giocatore. Luciano, detto "O' Sceriffo": un metro e novanta, giocatore di basket dalla testa completamente vuota se non per qualche scena di combattimento. "Oh ma che cazzo fai?" Tuonava lo stolto. Marina era diventata rossa e non voleva fare altro che nascondersi. "Calma, calma, non era per te" "Calma un cazzo, ma quanti anni avete?" Luciano si avvicinava sempre di più. Camminava possente, con il petto in fuori. Chissà chi credeva di essere. "Stronza, stronza come tua sorella". Mi misi fra lui e Marina, il fatto che Luciano facesse riferimento a vecchie vicende amorose con la sorella di Lupecchi era sempre l'esordio di una qualche rissa. Diciamo che lo Sceriffo sapeva come farsi notare. Non ci volle molto per far alterare ancora di più il bestione, uno, due, tre: SBAM! Un pugno in faccia a Trovani. La raffica di pugni e calci non cessava, sembrava volesse scaricare tutta la sua frustrazione su di me. Ero terrorizzato. Nei secondi di tregua, cercavo di allontanarmi dalla presa, ma era troppo difficile. Sentivo solo la voce ovattata di Marina, che gridava aiuto. Poi, il silenzio. Tutto sembrava regnare nella calma, quella calma terrificante che precede sempre qualcosa di brutto. Sì, sì stava per succedere qualcosa si molto brutto: ecco, un colpo, orribile, dritto in testa! Ma questa volta non era una pallina di neve. Marina aveva spaccato un masso dietro la nuca di Luciano. Luciano si accasciò sulla neve, con occhi spalancati e testa sanguinante. La testa era spaccata. Marina urlò. Ebbe la prontezza di prendermi la mano e trascinarmi via, l'unico che ci avrebbe visto era quel povero senzatetto e la sua chitarra. Mi trascinò via, tornando di corsa al club. Il tragitto se lo fece tutto d'un fiato, io arrancavo troppo per poter sentire altro se non male Quella sera, Nino portò al club un nuovo disco e ballammo tutta la notte. Io e Marina non fummo mai scoperti. Simona ed io ci baciammo, fu una grande serata. Bob Marley suonava ancora con i Wailers e cantava: I shot the Sheriff. Che strana coincidenza. Ogni riferimento a nomi o eventi reali è puramente casuale.

Foto di copertina: Julian Myles

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