top of page

Il mio loto nero

  • Immagine del redattore: Numerale
    Numerale
  • 31 gen 2022
  • Tempo di lettura: 4 min

Sono sempre stato una persona arrabbiata, sin da quando ero piccolo ricordo sempre che la rabbia è stata una presenza costante nella mia vita, una lampadina rossa che si accendeva una volta ogni tanto e metteva tutto sotto una nuova luce cremisi colorando ciò che mi circondava e portando in superficie tutto ciò che mi portavo dentro e che cercavo di tenere nascosto.

Credo di averla ereditata da mio padre la rabbia, non che mia madre non si arrabbi mai, ma quando mia madre si arrabbia è più un modo per attirare l’attenzione su di sé, un modo per avere le attenzioni degli altri, con mio padre invece è diverso, mio padre è come una bomba alla nitroglicerina, se non la scuoti troppo rimane lì e magari non ti accorgi manco che ci sia ma quando esplode travolge tutto quello che gli sta intorno e nessuno è in grado di ignorare il botto.

Quando ero piccolo e la rabbia mi travolgeva ricordo che non urlavo mai, andavo in camera mia e tiravo qualche colpo alla scrivania, non mi soddisfaceva la cosa, rimanevo con le mani e i piedi doloranti a ribollire nella mia collera sino a quando non mi passava e andavo avanti; con il tempo ho dovuto smettere perché non volevo rompere la scrivania, a quel punto mi limitavo a andare a letto e infilare la testa nel cuscino, il problema era la scuola perché non c’erano letti o cuscini lì in cui potermi rifugiare, c’ero solo io, i bulli e il mio senso d’impotenza.

Con l’impotenza arrivava sempre la rabbia, quasi girassero a braccetto, impotenza perché non potevo rispondere o mi avrebbero scassato di botte (non sono mai stato particolarmente imponente a livello fisico), perché gli insegnanti non facevano nulla, perché lui era “un ragazzo problematico” e se eri problematico ti dovevano venire in contro, non darti un calcio nel culo come meritavi, perché i genitori dicevano “sono solo ragazzi”, sorridevano, scrollavano le spalle ed era finita lì, nessuno ti notava se eri piccolo e silenzioso e a nessuno importava niente.

Ma se eri piccolo e silenzioso a volte il vantaggio lo tenevi tu, come quella volta che dopo le ennesime prese in giro e le ennesime botte, hai ingoiato la bile e hai aspettato che lui abbassasse la guardia, fregacazzi se la professoressa ti ha dato una nota o ha piagnucolato che “gli potevi cavare un occhio”, l’unica cosa che sentivi era tranquillità, niente più rabbia o amarezza, solo rimpiangevi un po’ di non averlo fatto prima.

Con le superiori le cose sono cambiate invece, i bulli non menavano più, ferivano con le parole adesso e se rispondevi eri tu quello che veniva rimproverato, a questo si aggiungeva la rabbia che provavi verso di te perché non eri quello che volevi o quello che volevano gli altri, la rabbia adesso era come acqua bollente che dovevi ingoiare e che non potevi mai fare uscire, rimaneva dentro di te e alla lunga ti faceva arrugginire.

A casa le cose non andavano meglio, c’erano urla e botte ad aspettarti, quelle e ancora il senso d’impotenza perché non potevi rispondere, così per un po’ la rabbia diede il cambio alla depressione, e le cose continuavano a peggiorare perché adesso che te ne importava dello studio se non avevi manco voglia di alzarti dal letto? Così arriva un’altra bocciatura e il ciclo continua sino alla fine della scuola, però adesso lo psicologo ti ha rilasciato un foglio in cui dà un qualche nome scientifico alla tua rabbia, è bello sapere che l’amica che ti porti dietro dall’infanzia ha un nome adesso, non che la cosa aiuti o che importi a qualcuno, però almeno c’è quello.

Ora devo dire che io e la rabbia ci vediamo di meno, un po’ come una coppia quando comincia ad avere dei problemi e i partner cominciano a trovare scuse per non uscire la sera io e la rabbia non comunichiamo più come un tempo, ho scoperto che camminare mi aiuta, cammino avanti e indietro ed espiro profondamente e un po’ alla volta così la pressione che mi porto dentro diminuisce e mi sento più leggero, cerco di non bere quando sono arrabbiato, nonostante mi aiuti molto non mi piace l’idea di dipendere dall’alcool per la calma, so che alla lunga la cosa potrebbe diventare un problema più grande della collera e quindi cerco di mettere un po’ le mani avanti su questo frangente.

Però come disse Stephen King “a volte ritornano” e così a volte sento di nuovo il cuore che batte e quella sensazione come di elettricità che mi risale la spina dorsale e mi fa irrigidire, le mani si chiudono e il respiro diventa lento e pesante come quello di un animale ferito e così poco a poco sento l’acqua che ricomincia a bollire e la pressione che comincia a rialzarsi perché non vengo preso sul serio, vengo sminuito o perché non vengo capito e mi impegno per tenere tutto dentro, altrimenti mi capiterebbe quello che capitava a mio padre, di scoppiare e di fare terra bruciata, ma dopo un po’ è difficile perché diventi assuefatto alla rabbia e più ti sforzi più diventa facile cedere, diventa un po’ come un loto nero al centro di uno stagno che attira il tuo sguardo ogni volta che ci passi davanti sino a quando il loto nero diventa l’unica cosa che vedi quando passi di lì, c’è altro, certo, ma il tuo sguardo rimane fisso su quello, alla stessa maniera la rabbia diventa il fiore che si porta via tutta la mia attenzione e che mi impedisce di concentrarmi su altro.

E così di tanto in tanto devo ricordarmi che in quello stagno ci sono altri fiori oltre a quello della rabbia nonostante questo ogni tanto sembri crescere sino a inghiottire tutti gli altri fiori che lo circondano, e so che non posso tuffarmi nello stagno e strapparlo perché altrimenti lo stagno non sarebbe più lo stesso, l’unica cosa che posso fare è concentrarmi su gli altri fiori perché nonostante io sappia che quello della rabbia lo porterò con me nella tomba sono altrettanto sicuro che a causa sua non lascerò morire gli altri fiori che lo circondano.



Foto di copertina: Derek Thomson

Commenti


©2021 di Be Wilde. Tutti i diritti riservati.

bottom of page