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La Sposa

  • Immagine del redattore: La Splash
    La Splash
  • 22 nov 2021
  • Tempo di lettura: 8 min

Aggiornamento: 22 nov 2021

Le due e ventinove. Alzo gli occhi dall’orologio e continuo a fissare la prostituta che sta in piedi sul ciglio della strada. È giovane, castana e vestita troppo poco. Fuma da quando ho iniziato a spiarla.

Le due e trentadue. Una macchina accosta accanto alla ragazza: è una Mini Cooper rossa. Lei dice qualcosa attraverso il finestrino abbassato, poi entra e l’auto sgomma via. Mi accendo un’altra sigaretta e mi accorgo che sto per finire il pacchetto; metto in moto la macchina e la seguo, cercando di non farmi notare. Fissi davanti a me i fanali dell’auto, null’altro. Arriviamo in una zona di villette: l’auto gira intorno a una casa circondata da una siepe, sparendo. Parcheggio dall’altra parte della strada e continuo a seguirla a piedi, le scarpe nell’erba bagnata. Svolto l’angolo e mi blocco: la Mini è parcheggiata accanto alla recinzione, una figura vestita di nero sta scaricando un corpo. Mi sento le tempie esplodere: mi nascondo dietro alla parete della casa e cerco di calmare il mio respiro. So perché dovrei continuare a guardare; alzo gli occhi al cielo e mi appare una luna piena e lucente. Respiro a fondo, più volte. La portiera si chiude sbattendo, e mi sporgo appena in tempo per vedere la figura salire e avviare la macchina. Fa inversione e mi passa accanto; quando mi è più vicina il finestrino si abbassa un poco. La luce della luna fa brillare gli occhi che mi trovo davanti: ghiaccio gelido, solo questo vedo. Inizio a sudare, rimango immobile.

Quello sguardo mi fissa, ed è come se sorridesse. È soddisfatto.

La macchina parte improvvisamente, lasciandomi di sasso; faccio passare qualche secondo e corro dal corpo abbandonato sull’erba. Prendo il cellulare e accendo la torcia: è la prostituta, una pugnalata le ha tranciato la carotide sinistra. Ha la camicetta stracciata, e la sequenza di numeri 2013-2016 incisa all’altezza del cuore. Il sangue le bagna i vestiti come se fosse in un fiume. Guardo il viso del cadavere, gli occhi ancora spalancati. Un conato mi prende lo stomaco.

Ho solo seguito le istruzioni della lettera.

Non potevo immaginare.

Non mi aspettavo un cadavere.


Torno a casa e mi getto sul divano; qualche minuto dopo mi raggiunge Jay e si sdraia sulla mia pancia. Davanti ai miei occhi le immagini che ho visto non vogliono andarsene: cadaveri, occhi azzurri, numeri. Mi alzo ignorando i miagolii lamentosi del mio gatto e mi siedo alla scrivania: non passa un quarto d’ora che la prima tavola del mio capolavoro è pronta. Una donna, labbra carnose e capelli chiari, è abbandonata in un torrente; un taglio sul suo collo colora l’acqua di porpora. Rimiro il mio disegno e quasi m’innamoro di lei. Nella mia testa la storia che l’ha uccisa è pronta ad essere scritta. Vado a fare una doccia, euforico. Quando inizio a sciacquarmi però il cuore perde un battito.

Sono scappato. Qualcuno potrebbe avermi visto, qualcuno potrebbe incolparmi. Io ero lì, insieme a un cadavere. Io ero lì, e non ho fatto niente.

Il telefono squilla, e senza neanche mettermi l’accappatoio esco dalla doccia e afferro il cellulare, bagnandolo.

Vanessa.

-Ehi, dimmi.

-Allora sei vivo. Non sapevo cosa pensare, ti ho mandato cinque messaggi e una mail tra ieri e oggi e non mi hai degnata di una nota – mi dice con voce fintamente triste.

-Mi dispiace, posso farmi perdonare?

-Mmh...

-Avanti, dimmi che hai.

-No, niente, solo un bel paio di filetti di manzo in frigo e un tiramisù fatto in casa.

-Addirittura? Ma non eri a dieta? – scherzo.

-Sono in pre-ciclo, muoviti o mi passa la fame.

-Arrivo.

Le mie preoccupazioni diventano evanescenti.

C’è solo Vanessa.


-Marlboro?

Vanessa scuote la testa. I capelli corti e scuri le mettono in evidenza le gocce di sudore sulla fronte olivastra.

-Solo Camel, lo sai.

-Che donnetta.

Si accende la sigaretta e mi sbuffa il fumo in faccia.

-Mi stai dicendo che vuoi scopare – le sussurro all’orecchio.

-Sono nuda, tu sei nudo, e siamo nello stesso letto sotto alle stesse lenzuola. Quando vuoi, donnetta, se ne hai ancora la forza.

Ridiamo, e mentre la guardo fumare mi torna in mente la prostituta con l’ultima sigaretta tra le labbra.

Qualcosa scatta. Mi alzo dal letto e mi dirigo in cucina, dove afferro un foglio e inizio ad abbozzare l’immagine che ho in mente. Poco dopo Vanessa mi abbraccia da dietro. Si è messa una mia vecchia maglietta.

-È carino, ma niente a che fare con Fedra.

-Ha venduto sì e no una ventina di copie.

-Ha delle tavole stupende e una trama emozionante. Per me merita di andare ad Angoulême.

Mi giro verso di lei, lasciando incompiuto il mio lavoro.

-Ho un’idea, un’idea per il mio prossimo fumetto. Ma è complicato, una storia lunga, e ho l’ispirazione giusta adesso. Lasciami fare.

Mi fissa senza dire nulla, sapendo che le nascondo qualcosa.

-Che è successo in ‘sti due giorni?


Parcheggio la macchina davanti alla villetta e faccio un giro. Come mi aspettavo c’è la polizia che fa le sue indagini attorno alla casa; vado al campanello e suono un paio di volte. Dalla porta esce un signore sulla cinquantina, alto e di bell’aspetto, che inizia a fissarmi sospettoso: vediamo se sa qualcosa.

-Signor... – leggo il nome in fretta sulla targhetta – Avvocato Paterini, sono un giornalista. Posso fare qualche domanda quanto avvenuto ieri notte?

-Mi hanno già tartassato loro con le domande, – risponde indicando i poliziotti col capo – non voglio altri problemi.

-Oh, si figuri, la comprendo. Le chiedo solo una semplice chiacchierata, qualche notizia in più per far felice il mio direttore. Mi faccia questo favore.

L’uomo alza le spalle e mi apre il cancello.

-Facciamo in fretta, però.

Appena entro in casa mi trovo catapultato in un salone con lampadario di cristallo, divani in pelle bianca e fiori freschi ovunque.

-Si festeggia qualcuno? – gli chiedo.

-Anniversario di matrimonio.

-Complimenti! Quanti anni?

-Uno. Prego, si sieda.

Obbedisco e mi posiziono sul divano, mentre lui si accomoda sulla poltrona. Mi fissa con quei suoi occhi chiarissimi, aspettando la mia domanda.

-Allora, signor Paterini, era in casa ieri notte?

-Sì, certamente.

-Lei e sua moglie avete sentito qualche rumore?

-Qualche macchina, ma è normale, ci affacciamo su una strada e ne passano tante abitualmente.

-Capisco. Come avete trovato il cadavere?

-Al mattino molto spesso passeggio per i campi qui dietro e oggi mi sono trovato il regalino.

Dopo aver pronunciato a fatica quell’ultima parola si passa la mano sulla fronte, sospirando. Sto per continuare quando il telefono mi vibra in tasca: è Vanessa.

“Ho fatto ricerche, altre due sono morte così nell’ultima settimana. Milano e Ravenna.”

-Voglia scusarmi, mi assento un attimo. Un’urgenza.

-Prego, prego.

Mi alzo e vado in corridoio, e incrocio quella che credo sia la signora Paterini, una bella donna sulla trentina. Mi saluta imbarazzata e corre dal marito a chiedere spiegazioni; fingendo di telefonare, origlio la discussione.

-Che ci fa questo in casa?

-Un giornalista – dice lui alzandosi.

-Ma...

- È tutto normale, facciamo finta di niente. Finirà presto.

Un atteggiamento ambiguo. La mente dell’omicidio? Magari questa era una prostituta scomoda... E le altre due? Sembra quasi che mi stia divertendo, che stia giocando.

La morte diventa eccitante.

“Nuova pista, mille idee. Trovato possibile mandante”, scrivo a Vanessa, poi mi ripresento in salotto.

-Scusate, devo tornare in redazione. Grazie mille per l’aiuto, avvocato.

-Di nulla – risponde stringendomi la mano. La moglie gli sta accanto e tenta di sorridere. Faccio per uscire dalla porta, poi mi volto come se mi fossi scordato qualcosa.

-Oh, che maleducato. Auguri per l’anniversario, signora.

-La ringrazio.

-Da quanto tempo vi conoscete?

-Due anni – risponde automaticamente.

Sorrido.

-Beh, lunga vita alla coppia. Arrivederci, signori – e me ne vado definitivamente da quella casa.

Sono ancora per strada ma ho voglia di sentire Vanessa.

-Dimmi – risponde al telefono.

-Sai chi è Paterini?

-È tra i più ricchi avvocati della città. È molto apprezzato. Non li leggi mai i giornali, detective?

-Non quelli locali.

-Ma che c’entra lui con la ragazza?

-È stata uccisa sotto casa sua. Sono andato a fargli delle domande ma si è comportato in modo strano. Lui e la moglie.

-Cos’è che hai fatto!?

-Potrebbe essere la volta buona. La storia buona.

-E sarebbe lui, il complice?

-Già.

-Dai, è strano...

-Ma possibile.

-Okay, sì, possibile.

-Dimmi dei numeri.

La sento sospirare.

-Quella di Milano 2011-2012 e quella di Ravenna 2010-2011.

-Non potrebbero essere gli anni in cui le ha frequentate?

-Sì, sì, può andare.

-Fantastico.

-Ma la troia non me la spiego.

-Era un cliente?

-Ma che... Paterini? Paterini un puttaniere?

-Perché no. Ora vado a casa a scrivere un po’, okay? Credo che inizierò a buttare giù qualcosa per la sceneggiatura, devo scrivere la fine di questa storia.

Vanessa sorride, dall’altra parte.

-Hai già un nome? – mi chiede.

-No, ora scappo. Un bacio.


Quando alzo la testa dal computer ormai si è fatta sera. Ho scritto per più di tre ore senza fermarmi, e gli occhi mi bruciano da morire: era un pezzo che non lavoravo così bene. Vado in cucina per svuotare il portacenere e farmi un caffè, e sento Jay miagolare da fuori. Apro la porta, e mentre lui sguscia dentro, sullo zerbino trovo una busta bianca.

Il cuore si ferma. La testa ritorna ad essere confusa. Le idee sono di nuovo troppe, troppe. Sfioro la lettera con il piede. Non dovrei neanche toccarla. Prenderla coi guanti e portarla alla polizia. Ma lo stronzo sa che voglio sapere. Sa della mia curiosità, delle mie domande senza risposta. Sa della mia storia.

Mi tenta, e non posso resistergli.


Le undici passate. Esco dalla macchina e getto il mozzicone nell’erba. Mi avvicino al cancello: è aperto. Entro lentamente e mi avvio verso l’ingresso: anche quello è aperto. Dentro regna il buio: il solo cigolio della porta mi fa rabbrividire. C’è un odore dolciastro, di ferro. Azzardo un passo all’interno, la suola della scarpa si appiccica al pavimento. Alzo il piede, vado avanti, l’odore sempre più penetrante si fa nauseabondo. Una voce mi blocca.

-Fermati.

È una donna, ma non riesco a vederla.

-Chiuditi la porta alle spalle – continua. Le obbedisco, e lei accende la luce: i due corpi sono immersi nel loro stesso sangue. La bocca dello stomaco si chiude di scatto, la nebbia mi appanna gli occhi, la nausea mi obbliga ad abbassare la testa. Respiro, devo riprendermi. Alzo gli occhi e la guardo: avrà sì e no vent’anni. Le mani e il viso macchiati di rosso. Nella destra stringe un coltello e nella sinistra una pistola. Ha i capelli scuri incrostati sulla faccia.

I suoi occhi azzurri sembrano stanchi.

-Volevo ringraziarti – sussurra.

Le fisso i lineamenti mentre mi parla. Torno a guardare i cadaveri: la donna ha un taglio nel collo e una scritta incisa sul cuore. Sono troppo lontano per leggerla. Ma immagino: 2014-2016.

L’anno del loro primo incontro, l’anno della sua morte.

L’avvocato ha la schiena martoriata da più e più tagli. Il suo sangue continua a bagnarmi le suole delle scarpe.

-Ho letto il tuo fumetto. Mi riconosco molto in Fedra – continua la ragazza. Annuisco impercettibilmente; so che non mi ucciderà. Con il coltello indica i due corpi.

-C’è tanto sangue, ma siamo umani. Ne siamo pieni, e se lo perdiamo prima soffriamo e poi moriamo. Il sangue ci dà la vita. E ci abbandona. Un po’ come fosse un padre.

Mi sorride.

-È ora che ti abbandoni anche io. Qui non ho più nulla da fare.

Si punta la pistola alla testa con una tranquillità inumana.

-Ricordati di Beatrice – dice appena prima di spararsi alla tempia.

I miei occhi non riescono a staccarsi da quella scena, e mi ritrovo in un film di Tarantino.


Due anni dopo

Immagini. Il viso calmo di una donna che muore sorridente. Il cervello che schizza sulla parete come in un vecchio film western. Sangue, sangue ovunque. Corpi vuoti, occhi chiari. Immagini.

Chiudo la valigia e faccio un giro della casa per controllare che sia tutto a posto. Jay è nervoso, non è abituato a vedermi partire. Per fortuna c’è Vanessa. Nello studio ho dimenticato sulla scrivania la copia autografata per Amelia, mia vecchia compagna d’università che mi ospiterà ad Angoulême, così l’afferro e torno in salotto dove ho lasciato i bagagli.

La Francia aspetta solo me.

Appena prima di mettere il volume in borsa ne guardo un attimo la copertina. Ci ho voluto mettere solo i tuoi occhi, un dettaglio del tuo viso. Dicono tutto e nulla della tua storia. Ce l’hai fatta, alla fine. Mi hai ringraziato senza aver letto niente, e io ti ho raccontata come avresti voluto: tuo padre è un puttaniere, tu sei l’eroina. Tutti ti amano, non saresti delusa del mio lavoro.

Metto il volume nello zaino e trascino la valigia fuori di casa.

Ho perfino ristampato Fedra.



Note: voglio molto bene a questo racconto. Lo scrissi a 16/17 anni, al liceo, per un corso di scrittura creativa, e ne lessi dei pezzi davanti alla classe. Rileggendolo, vi ho trovato molti difetti, ma ciò non toglie che ha un posto speciale nel mio cuore di pseudo-scrittrice.



Foto di copertina: Michelle Ding su Unsplash

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