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Mare, profumo di mare

  • Musetta
  • 19 mag 2022
  • Tempo di lettura: 3 min

Fino a qualche anno fa se mi avessero chiesto dove avrei preferito passare le vacanze durante l’estate, mai e poi mai avrei detto in qualche località balneare proprio perché pensavo non mi piacesse il mare; invece, avrei dovuto pensare che non è proprio così.

Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con lui, però amavo andare a vederlo in inverno. Per me e come molti altri che abitano nella Pianura Padana, sin da piccoli il mare significava Riviera Romagnola e ancora oggi questi posti recano in sé e nel mio cuore la parola “casa”. Ho speso tanti di quegli anni in questo angolo della Terra che non potrei definirlo diversamente e lì risiedono molti dei miei ricordi della mia infanzia e adolescenza, belli e brutti. Ogni anno tornavo lì durante la stagione calda e quella terra è stata come un lontano parente che si vede al massimo una volta all’anno per le festività natalizie, ti vede crescere tantissimo e poi ti chiede “ma la fidanzatina?”. Abbandonata l’infanzia, però, arriva l’adolescenza e non sempre questo periodo è felice, e così è stato per me.

A 15 anni ho smesso di fare assieme i miei genitori le solite vacanze al mare, una scelta obbligata dal mio istinto di sopravvivenza per evitare di vivere quei giorni di relax come una tortura. Non capivo perché ma quando andavo spiaggia ero triste, a disagio e soprattutto non riuscivo a godermi quelle cose tipiche dell’estate di quando si è giovani e al mare. Non mi divertivo, non socializzavo, non andavo la sera a svagarmi, mai avuto un amore estivo (e questo ammetto che mi è sempre mancato tanto!) e provavo molta vergogna nel mostrare il mio corpo in costume, ma non ne ho mai capito il perché.

Con l’adolescenza il nostro corpo cambia e che ci piaccia o meno gli ormoni iniziano a plasmarci e a dare agli altri una vera immagine di quello che siamo, ma la mia immagine non era quella che avevo in mente e indossare il costume in spiaggia era sicuramente come girare il coltello nella piaga. Questo perché la disforia non si palesa quando si è al mare, ma anzi, può essere solo accentuata. Per chi se lo stesse chiedendo questa è la punta d’iceberg di una tipica adolescenza trans.

Col tempo ho capito che non era vero che odiavo il mare quanto, invece, odiavo la mia vulnerabilità messa a nudo davanti agli altri. Odiavo quello che gli altri vedevano in me perciò mi ero eretta un’enorme corazza protettiva che, inevitabilmente, in quelle occasioni veniva giù e mi sentivo esposta.

La mia ambivalenza emotiva nei confronti del mare la ritrovavo in inverno. Spesso sono andata a contemplarlo in inverno perché è questo quello che si fa in questa stagione. Sulla Riviera tutto muore e tutto rimane fisso nella stagione fredda, è come fare un viaggio verso una terra in cui il tempo non scorre ed è possibile far affiorare con più accuratezza i ricordi belli. Questo è quello che ho fatto di recente: ho assaporato ogni odore, perlustrato ogni angolo della strada, memorizzato ogni dislivello sul marciapiede dissestato, ascoltato il rumore incessante delle onde e contemplato la distesa marina infinita per farmi cullare nei bei ricordi.

Caro Mare, non so dire cosa provo per te. D’inverno sei sempre stato mio amico e confidente perché vedevo la possibilità di viverti senza sentirmi a disagio potendo camminare vicino a te sulla spiaggia vestita. Vorrei lasciarti la possibilità di abbracciarmi ancora anche facendoti vedere le mie imperfezioni, le mie insicurezze. Vorrei poterti dare modo di amarmi per come sono.




Foto di copertina: Ross Sneddon su Unsplash


 
 
 

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