Riflessioni sul gatekeeping
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- 3 gen 2022
- Tempo di lettura: 3 min
Il sito internet UrbanDictionary.com dà come definizione del termine gatekeeping quanto segue: “Quando qualcuno si assume la responsabilità di decidere chi ha o non ha accesso o diritti a una comunità o identità” o, in parole povere, quando una persona decide in maniera arbitraria chi “fa parte” o meno di un determinato gruppo, che può essere il fandom di un genere musicale o chi può dire di praticare per davvero una certa attività o hobby.
Il gatekeeping nasce da un sentimento elitario che vede il gatekeeper come una sorta di autorità o giudice che si auto-conferisce il potere di escludere altre persone da qualcosa perché estranei all’argomento o in maniera tale da difendere quel determinato qualcosa dall’influenza di esterni, in quanto nella propria testa non apparirà mai come una figura negativa o sgradevole ma come una sorta di guardiano che protegge le sue passioni e i suoi compagni da coloro che minacciano ciò che ama.
Il termine è entrato nel nostro dizionario giornaliero degli ultimi anni anche se ciò non significa che non sia un fenomeno sempre esistito; già a fine anni ’70 infatti si potevano osservare casi in cui i primi fan dell’oramai famoso gioco di ruolo Dungeons & Dragons tenevano nascosto il loro hobby per paura del giudizio degli altri e per evitare che la community attirasse la luce di troppi riflettori.
Trovo personalmente che il fenomeno in sé non vada giudicato troppo aspramente dal momento che spesso nasce come meccanismo difensivo di persone che identificano in un determinato interesse una grossa parte della loro identità e che di conseguenza vedono quello che percepiscono essere un attacco al loro interesse come un attacco personale rivolto alla propria persona.
Credo che tutti nella nostra vita abbiamo praticato gatekeeping ad un certo punto, forse anche senza accorgercene, anche solo dire ad un amic* che un film che ci piace “non è roba per te” può essere interpretato come una forma di gatekeeping, dal momento che stiamo fondamentalmente dando per scontato che la nostra conoscenza a riguardo ci qualifichi per decidere chi possa trovare il film di suo gusto o meno. Altre volte invece le forme di gatekeeping che utilizziamo sono molto più dirette: accusare una persona di non essere abbastanza intelligente per apprezzare un determinato qualcosa è un chiaro esempio ma al contrario del primo caso ciò risulta molto più grave in quanto stiamo degradando il prossimo a causa del fatto che il suo interesse è percepito quasi come un insulto.
Ho scoperto il gatekeeping nel 2013, lo stigma sociale verso i videogiochi stava cominciando a cadere già da un po’ e il (non così tanto) velato sessismo intrinseco alla comunità dei gamers aveva cominciato a diradarsi leggermente e a causa di questi fattori i giovani appartenenti dell’epoca (fra cui il sottoscritto) notarono con supremo terrore che, contro ogni logica e legge universale, le ragazze giocavano anche loro ai videogiochi e avevano molto da ridire sull’argomento. L’ambiente era stato territorio quasi esclusivamente maschile per decadi e non teneva conto di quella che potremmo chiamare “sensibilità femminile”. Buona parte dei personaggi femminili era estremamente stereotipata e con corpi così formosi dall’essere quasi comici e l’unica cosa che noi riuscivamo pensare era: “Ma chi sono ‘ste tipe? Come si permettono di entrare in qualcosa di nostro a dirci che dobbiamo cambiare le cose perché lo vogliono loro e con che diritto vengono a casa nostra a parlarci di cose come sessismo e oggettificazione della donna?”.
Naturalmente ora sono in grado di capire che non eravamo dei poveri romani sotto assedio da malefici barbari pronti a stravolgere il nostro piccolo e idilliaco mondo, ma eravamo proprio noi che scacciavamo con pietre e ingiurie chi cercava solo un confronto aperto su quelli che reputavano problemi di natura sociale e (ahimè), mi tocca pure dire che le donne avevano ragione. Che cosa direbbe il giovane me quindicenne del 2013? Probabilmente non capirebbe come la sua opinione a riguardo possa essere cambiata così tanto negli anni sino a schierarsi con il “nemico”.
In conclusione possiamo dire del gatekeeping che non è un fenomeno con il quale difendiamo un'identità, community o sottocultura ma lo scudo che ergiamo di fronte a noi per difendere quella che è la nostra percezione di esse, percezione che può essere più o meno realistica ma che a volte può solo trarre vantaggio da una nuova prospettiva prima di chiudere definitivamente i cancelli in faccia agli “esterni” rei esclusivamente di non aver scoperto la nostra stessa passione quando l’abbiamo fatto noi.
Foto di copertina: Fredrick Tendong su Unsplash.



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