Sirena
- La Dantesca

- 9 dic 2021
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Mi dissero che la chiamavano la Sirena della Montagna. La mattina, il sole splendeva raggiante nelle finestre del casale. Lavoravo lì per la signora P., era un giusto compromesso: mia moglie non doveva preoccuparsi di una qualche possibile ricaduta - a quel tempo combattevo contro la dipendenza dalla droga - ed io potevo smettere di sentirmi un peso sulle sue spalle. Spalare della paglia ed occuparmi di alcune bestie non mi parve una condanna, anzi un regalo, un'opportunità per tornare a vivere. Roberto, il pastore, mi aveva preso sotto la sua ala e spesso voleva lo accompagnassi con le pecore. Allora uscivamo, io bardato da capo a piè per il freddo e Roberto vestito di cotone, come sempre, e guidavamo le pecore a brucare nel solito posto. L'erba cresceva rada su quei monti, ma Roberto li conosceva così tanto da sapere sempre dove trovarne. Non v'erano molti altri greggi a C., la gente guadagnava per di più con il turismo estivo, alcuni facevano i boscaioli ed altri, ma erano ben pochi, preferivano lavorare al mattatoio. Il comune sembrava come incastonato nella roccia della montagna: cullato dai lati di due vette, si estendeva lungo un vasto valico.
Tutte le case erano state costruite almeno nel secolo scorso ed il villaggio aveva acquisito molti abitanti durante la seconda Grande Guerra, quando si trasformò in fortezza per i partigiani.
Il paese sembrava vivere da sé, con o senza i suoi abitanti, in gentile accordo con la montagna: la città sembrava essersi spogliata della sua Vanità e, come in un patto, l'avesse ceduta all'ospitante. Non era facile ignorare i numerosi gendarmi o le buie cave, ogni dettaglio che l'occhio potesse cogliere attirava l'attenzione dello spettatore. La protagonista non era la piccola città sul passo, ma lei, che richiedeva maestosa la reverenza nello sguardo degli uomini. Ogni qualvolta accompagnassi Roberto, mi accorgevo della mia piccolezza di fronte alla Natura e godevo dell'aria che potevo respirare. Ero sicuro che sarei guarito, l'aria stessa mi avrebbe guarito. La montagna. Io e Roberto vedevamo aquile e poiane volare sulle nostre teste, piccole popolazioni di cervi, lupi, capre e, quando tornavamo alla sera, sentivamo i cinghiali grugnire e gli occhi dei gufi su di noi. Era il respiro di una fauna così varia da sembrare sempre diversa: mi chiedevo come dovesse essere vivere una vita intera così, se lo stupore rimanesse ad ogni incontro inaspettato o se la condanna dell'abitudine avesse colpito anche le persone come Roberto, che la montagna la vivevano. Io, dal mio canto, non avevo mai visto qualcosa di più bello, qualcosa che potesse superare le più divine opere d'arte o le più magiche composizioni dei musicisti. E ne vivevo contento, ogni giorno di più. Iniziai ad uscire da solo, passeggiare per quelle distese di roccia e cercare di assaporarne il più possibile. Il sole cadeva ogni giorno più tardi ed io ne approfittavo per esplorare ogni angolo che avesse catturato la mia attenzione: come compagni i miei scarponi, ben aderenti al terreno sdrucciolevole.
Una delle mie esplorazioni fu, però, diversa dalle altre. Oserei dire, speciale. Mi ero allontanato dalla fattoria nel tardo pomeriggio per non incontrare i raggi diretti del sole, avevo deciso di andare ad Est, nel versante di destra. Le nuvole erano molte, ma non mi parvero pioggiasche. Mi incamminai lungo un piccolo tracciato, probabilmente lasciato da qualche antica transumanza ed usato come guida nella foresta della montagna. Grandi faggi curavano la stradina, alcuni rami mi rallentavano, sporgendosi in avanti, ed io li scacciavo per continuare. E pensavo. Pensavo a quanto fossi stato fortunato ad avere una donna così forte accanto a me. A come fosse difficile risalire quando si cade così in basso da dover temporeggiare la vita per risollevarsi. Avevo dovuto arrestare tutto per poter riprendere in mano i miei piani, i miei desideri, per riposizionare le ruote sulla strada. Tutto per la droga. E quanto più la scacci, quanto più la vita ti da motivi per tornare nelle braccia di quel dolce levitare, quel dolce non-vivere. E penso, cercando di liberarmi della scia chimica nel mio corpo, aspettando che questi mesi passino in fretta. Sì, aspetto e penso. Rifletto su quanto sia stato facile entrarci e quanto tempo abbia perso ad uscirne. È questo ciò che rende tutto più difficile: dover fare i conti con la tua testa. È anche vero, però, che, pensando, riceviamo delle chiamate che ci permettono di rompere lo schema in cui ci siamo ritrovati - o intromessi. A volte, queste chiamate possono essere anche esterne al nostro pensiero - ed io a questa chiamata ancora non so dare un luogo.
Un lungo fischio rimbombava nella valle, un grido. Alcuni uccelli volarono dagli alberi, tutti smisero di cantare. In un momento, un gelo mi attraversò il corpo e la paura mi catturò. Che fosse? Rimediai una consolazione: non è vero. È tutta una leggenda. Non sarà niente. Si alzò un grande vento e dovetti cercare un riparo. I faggi, che mi erano parsi così accoglienti, adesso parevano cospirare contro di me, sperare che io potessi lasciarli alla loro quiete. Un secondo grido. Mi voltai, cercando di capire da dove potesse provenire quel suono così stridente. Pensai ad una poiana: doveva essere una poiana. Le storie di Roberto e degl’altri pastori che avevano incontrato la Sirena mi tuonavano nelle orecchie, prima a sinistra e poi a destra. Mi sentivo immensamente minuscolo, fragile, un foglia in una foresta. Poi si posò davanti ai miei occhi. Una bestia che non avevo mai visto prima d’ora. Due ali d’aquila enormi ed il corpo di una donna. La sua testa si muoveva veloce, l’iride era gialla. Le piume erano scure, marroni, e si confondevano con i tronchi degli alberi. Pensai che se fossi morto lì, nessuno mi avrebbe trovato. E se fossi sopravvissuto, nessuno mi avrebbe creduto. Ero immobile. Gelato. L’animale volò sulle mie spalle e si rannicchiò su di me. Ero terrorizzato e lei era pesante. Tremavo, ogni qualvolta i suoi artigli affondavano di più nella carne delle mie spalle. Ma dopo poco non riuscii più a sostenere quel peso: urlai dal dolore e mi dimenai. Lei non si staccava, non voleva andarsene. Ogni volta che riuscivo a farle allentare la presa, lei tornava, più forte di prima. Iniziai a correre, a nascondermi fra gli arbusti, una volta raggiunta la foresta, diventai un bersaglio più difficile da individuare. Presi un ramo abbastanza grosso da farmi da bastone e quando mi girai. La colpii. Nell’occhio. Non avevo più paura di lei. Urlò un’ultima volta e volò via. Non ci ricascai mai più.
Foto di copertina: alex zeng



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