La Filosofia del Culo Culo: una presentazione
- La Splash

- 17 ott 2021
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 22 ott 2021

Graffiti e carta da culo nel bagno dell'Irish Pub in Zamboni
Mia nonna mi racconta sempre che mia madre, da piccola, era una peste. Un giorno la dovette portare dal dottore (si sta parlando degli anni Settanta) e il medico, vista la bella bambina che mia nonna si portava appresso, si chinò su di lei e le fece una domanda affettuosa.
“Come stai, piccolina?”
Mia madre lo guardò serissima e in mezzo alla sala d’attesa dell’ambulatorio disse queste parole:
“Culo culo.”
Ecco, mi riconosco molto in quel “Culo culo”.
Sono cresciuta in una città emiliana di provincia, divisa tra mia madre, nata e cresciuta nel centro di Reggio, e mio padre, che da piccolo giocava tra i mucchi di letame della campagna.
A undici anni, mi hanno regalato il mio primo computer. Ho iniziato a scrivere allora, e non ho più smesso.
Quando avevo tredici anni, ho mollato il mio primo moroso perché non gli piaceva leggere. Ancora oggi gli voglio molto bene, ma ciononostante rimane un caprone.
A quattordici anni, durante il primo anno di liceo, avevo una verruca gigante sotto alla pianta del piede che mi impediva di camminare. Ho zoppicato da luglio a dicembre, quando un tizio strano, su consiglio di mia nonna, mi ha spalmato della cotenna di maiale al timo mentre pregava (non sto scherzando) e la verruca è uscita da sola dopo qualche giorno. Quella è stata la cosa più vicina alla fede che io abbia mai provato.
Dei miei quindici anni, non mi ricordo un cazzo.
Nel 2015 invece, a sedici anni, ho lavorato per un’associazione che porta in vacanza persone disabili. Dormivo pochissimo e lavoravo come una stronza. Ma la lezione più importante che ho imparato è stata quando la mia capa, vedendo un ospite che non so perché mi aveva trattato male, davanti a me gli ha detto: “Non sei un povero disabile, sei solo un povero stronzo”. Ancora oggi penso molto a quella frase.
A diciassette anni, ho fatto fugotto da scuola, qualche volta. Alcuni di voi già lo sanno, ma è importante ricordare a tutti che so replicare quasi alla perfezione la firma di mio padre. Poi mi hanno beccata, ma questa è un’altra storia.
A diciannove anni è nato lo slogan “Sono di Reggio ma vivo a Bolo”, che mi accompagna da allora. Bologna mi ha resa libera, e la libertà mi ha resa me stessa. A diciannove anni mi sono anche iscritta a Tinder, ma di questo non si parla che sennò il mio migliore amico e la mia psicologa tornano a darmi della zoccola.
A vent’anni sono rimasta chiusa in quarantena con la mia coinquilina, che mi ha regalato un peluche da abbracciarmi la notte per sentirmi meno sola (lei ne aveva già quindici di suo). Non ho mai bevuto tanto alcol come in quei due mesi.
A ventidue anni ho cambiato casa a Bologna e ora posso sbirciare nelle camere dello studentato di fronte. Purtroppo sono tutte femmine e quindi vedo un sacco di tette, ma pochi piselli. Ad oggi, una trombata avvistata. Dalla cucina si vede proprio tutto.
E la scrittura?
La bastarda è una costante, è quel “Culo culo” sfrontato che sputi in faccia ai parenti quando ti chiedono: “Ma cosa vorresti fare, davvero, da grande?”.
Io voglio scrivere. E da quando mi fu regalato quel primo computer, undici anni fa, ho accumulato pagine e pagine di materiale, centinaia di racconti, di scritti sempre tenuti nascosti. E so che in ogni piccola cartella sul computer di chi ama scrivere, c’è la stessa quantità di roba.
Ma perché non ci facciamo leggere?
Forse è giunto il momento di condividere i nostri scritti segreti. Perché anche se magari facciamo cagare, anche se sappiamo scrivere solo fanfiction porno sugli One Direction o storie banali per sfogare le nostre frustrazioni, sono comunque le nostre storie.
Be Wilde, raga.
Non si torna indietro.
Ah, chi mi conosce sa come mi chiamo. Ma qui sarò “La Splash”, per onorare un reggiano che qualche decennio fa ha scritto un libro che ha fatto la storia.
Benvenuti.
La Splash



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