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Diventare genitori

  • Immagine del redattore: La Splash
    La Splash
  • 28 ott 2021
  • Tempo di lettura: 3 min

Nella vita di ogni giovane persona, arriva un momento in cui ci si ritrova davanti a un bivio.

Continuare a essere figli o diventare genitori.

Che sia a causa di un evento specifico o solo la conseguenza di anni di lenta realizzazione, l’unica certezza che si ha è che, in quel momento, tutto il mondo acquisterà un sapore diverso.

D’improvviso non t’importa del tuo futuro o della tua carriera, di ciò che sarai, di ciò che potresti diventare. Hai vent'anni e sei un essere in potenziale, potresti fare qualunque cosa. Ma ti senti l'angoscia al posto dei pensieri e una grande amarezza sulla punta della lingua e ti ritrovi a pensare costantemente a chi ti ha messo al mondo. Quindi valuti se una città più vicina non sia una scelta migliore, se un lavoro più flessibile potrà permetterti di tornare nei weekend. I piani della tua vita non considerano più soltanto te stesso, ma anche la tua famiglia. Perché quando i nostri genitori dicevano: “Quando si diventa vecchi, un po’ si torna bambini” riferendosi ai nonni, forse non avevano realizzato che anche a loro sarebbe toccato.

O forse sì, ma eravamo noi a non immaginare che potesse succedere così in fretta.

Pensiamo agli statunitensi. I loro ragazzetti se ne vanno, appena diplomati, in università in giro per il Paese, a ore e ore di distanza. Gli stessi figli diventati adulti, immersi poi in un mercato del lavoro che glielo permetta, inseguono la carriera saltellando da uno Stato all'altro. Le famiglie si riuniscono per le feste comandate, tutti dai nonni a New York a Natale, a Pasqua in Florida dagli zii. Vorrei vedere noi italiani a fare una vita del genere senza impazzire o morire per i sensi di colpa.

Ovviamente la mia non vuole essere una critica a un sistema diverso dal nostro, ma una riflessione sulle differenze socio-culturali e come queste ci portino ad essere le persone che siamo. Dubito che un ventenne americano scriverebbe mai una riflessione come sto facendo io. O magari sì, ma la conclusione sarebbe diversa, credo. L’essere parte di un popolo legato intrinsecamente alla terra e alle origini locali, all’ideale cattolico di famiglia, spesso ci toglie la possibilità di comportarci più liberamente. Se a quindici anni il mio sogno più grande era scrivere film in California, ora non so se potrei farlo. Preferirei una seriuccia alla “Gli occhi del cuore”, bella comoda in quel di Roma. D’altronde, siamo quelli del posto fisso e dell’orata all’acqua calda, no?

Essere figli è difficile, non c’è niente da fare. Non c’è un foglietto esplicativo o un manuale con le istruzioni tipo IKEA. Vieni al mondo, respiri per la prima volta ed ecco che sei figlio.

Credo che la difficoltà dell’essere genitori sia risaputa, nelle librerie ci sono scaffali pieni di libri al riguardo. Ma chi ti prepara a tener dietro a chi fino a poco tempo fa ti portava a scuola?

Prendersi cura di un genitore è pure complicato, perché si aspettano ancora che sia un rapporto a senso unico, da loro a noi. Non hanno capito che ora è un circolo in cui ci si prende cura a vicenda. E inizi a sgridarli e accudirli, come loro fanno con te. Quando non capiscono, ti incazzi. Quando non ti ascoltano, ti incazzi. Quando fanno quel che gli pare, ti incazzi nuovamente perché non hanno seguito i tuoi piani, e guai che provino a rigirare la frittata e a dirti cosa fare: ormai è tardi.

È la creazione di un nuovo caos, in cui i ruoli si confondono e tu non capisci più chi sei.

Per concludere questa riflessione che conclusa non è, e riguardo alla quale sarebbe bellissimo leggervi (se vi va scrivete la vostra e mandatecela!), non credo che diventare genitori equivalga a diventare adulti.

Forse il passaggio vero e proprio lo si ha nel momento in cui si diventa figli consapevoli di essere tali. Consci di tutte le responsabilità di una vita, ci troviamo davanti a un bivio e prima o poi ci costringiamo a scegliere.

Con tutte le conseguenze del caso.


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