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Via del Campo

  • Musetta
  • 29 set 2022
  • Tempo di lettura: 4 min

“Dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior”


Sono questi i versi che meglio possono descrivere i miei ultimi mesi che ho passato a scervellarmi su moltissime questioni, da buona overthinker quale sono. I pensieri hanno una forza allucinante e più risultano intrusivi e più ci si ritrova una matassa di domande (che generalmente non troveranno risposta), speranze, paure e desideri che va sbrogliata se si vuole un po’ di pace. E a volte tutto ciò non può che sfogarsi nella scrittura compulsiva, come un flusso di coscienza, un fiume che travolge tutto quello che incontra perché si sa che ad accumulare tanto poi basta poco per far scoperchiare il vaso di Pandora.

Avete presente cos’è il “minority stress”? E’ molto facile da descrivere, ma cosa vuol dire esattamente viverlo? Rappresenta lo stress a cui le persone appartenenti a minoranze stigmatizzate sono sottoposte quotidianamente. Questo succede quando la società rifiuta quello che sei e ti porta ad avere disturbi d’ansia, disturbi alimentari, abuso di sostanze e, talvolta, al suicidio. Non è una cosa da sottovalutare, ma soprattutto bisogna cercare di capirla nel miglior modo possibile, cioè empatizzando con persone che possono aver subito abusi e discriminazioni. Ci tengo a fare questa premessa perché il “minority stress” può partire dalle situazioni più apparentemente innocue e insospettabili, come quella che ho dovuto vivere ieri e che ho vissuto tempo fa in occasione delle giornate di elezioni.

Per le persone Trans* votare è un atto che non sempre si fa a cuor leggero, poiché chi non ha l’anagrafica rettificata si vede costrettə a fare un coming out forzato nel momento in cui si mostrano i documenti e, tutto questo, perché i registri elettorali sono suddivisi per sesso. Ora provate ad immedesimarvi: siete appena maggiorenni, avete il diritto di voto e questo vi emoziona perché vi rende a pieno titolo cittadinə che possono partecipare attivamente alla vita politica del Paese.


Vi fa sentire fortə e invincibilə perché sapete che potete dare una mano concretamente a togliere tutto lo schifo che dovete vivere e sopportare.


Allo stesso momento, però, avete preso consapevolezza di chi siete, che il vostro corpo ha preso una direzione durante la pubertà che non vi è mai piaciuta, che questo ha causato un disagio sociale incredibile al punto di far fatica a stringere amicizie, a vivere sempre con lo sguardo rivolto verso il basso perché vi vergognate di guardare in faccia le persone per paura che vedano quello che vedete voi davanti allo specchio ogni mattina e tutto questo si paleserà nel momento in cui al seggio verrà urlato ad alta voce un nome che sapete non appartenervi. Ed è lì che vi rendete conto che basterebbe veramente poco per avere un mondo migliore, ma che, purtroppo, una persona trans come voi non ha molte chance di cambiarlo perché le minoranze hanno sempre fatto una fatica allucinante per far sentire la loro voce. Quindi vi sembra tutto inutile, vi sembra che nulla abbia un senso e che è meglio non votare anche se sapete che il voto è un diritto e un dovere, ma d’altronde anche la vostra privacy e il vostro benessere.

Tutto questo va a farsi benedire anche oggi perché l’Italia verrà rappresentata da una donna che non ha mai fatto mistero delle sue posizioni e dei suoi ideali estremisti che minano la libertà delle categorie più fragili e strizzando l’occhio a quel patriarcato che tanto vuole bene a donne conservatrici come lei, che non merita neanche di essere nominata.


Provate a pensare come si può sentire una persona a vivere in un Paese che non la protegge, che la vuole conformare a un qualcosa che non è e ad essere circondata da persone che la vedranno con occhi di disprezzo, disgusto, sdegno.


Chiunque vorrebbe trovare una via di fuga in questi casi, ma la maggior parte delle volte la sensazione di sentirsi in gabbia predomina su tutto.


Sento quasi tutti i giorni storie di persone trans*, spesso a inizio transizione, pregne di dolore e di scoramento, storie sentimentali che non vanno mai a buon fine perché l’essere quello che si è costituisce un problema, storie di famiglie dove vige l’omertà e l’assoluto silenzio, abusi psicologici di una potenza disarmante, lavori introvabili e colloqui di lavoro che paiono più essere un interrogatorio della Santa Inquisizione. Sono storie che meritano di essere accolte ed ascoltate senza preconcetti, spogliandosi di ogni pregiudizio perché nessuno di noi ha il diritto di criticare ciò che siamo e ciò che proviamo, tutto il dolore è lecito e merita di essere validato, da noi stessə e dagli altrə.

Lo schifo e il disagio che si prova ogni giorno non può essere spiegato con dei termini inglesi o una pagina di Wikipedia perché deve essere narrato dai soggetti che lo subiscono in prima persona, ascoltare le voci e le urla di chi soffre manifestando nelle piazze. Ma io non ho mai perso la speranza che tutte le nostre piccole azioni possano davvero portare a qualcosa di buono in questo mondo totalmente ingiusto, a far valere i nostri diritti perché nasciamo con pari dignità in quanto esseri umani e che non è abbassando la testa che costruiamo il nostro futuro.


Spero che anche questo breve scritto possa smuovere le coscienze di chi non ha mai pensato di mettersi nei panni degli altri, di chi pensa che al mondo gli altri non esistano e che sia chiaro che è giunto il momento di fare la Rivoluzione, quella vera, rumorosa, arrogante e terribilmente colorata.


Foto di copertina: Element5 Digital


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