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Download: Scusi posso scaricare la sua conoscenza?

  • Immagine del redattore: Ing. Sisso
    Ing. Sisso
  • 1 nov 2021
  • Tempo di lettura: 5 min

Nella carriera di ogni universitario (e non solo) arriva prima o poi il fatidico momento che prepara al mondo del lavoro, e no, non sto parlando della laurea in sé ma del temutissimo tirocinio!


Un esemplare medio di studente universitario in disperazione da tirocinio

La nemesi dei nervosi, l’apocalisse degli insicuri, la tomba d’ogni certezza che si pensava di possedere alla fine dei famigerati 180 CFU: il tirocinio è per la maggioranza degli studenti universitari il primo contatto con la realtà azienda o comunque con un lavoro aderente al proprio percorso di studi.


Tutto ciò apre allo studente una pletora di esperienze, sia positive che negative e talvolta di fantozziana memoria, ma pur sempre formanti per quello che sarà il proprio bagaglio formativo e lavorativo. C’è chi passa mesi chiuso in un ufficio ad imboscarsi, chi finisce per domandarsi se la schiavitù è finita per davvero, chi si aggrappa alle maniche del proprio referente come un koala e chi (con un po’ di fortuna) riesce ad inserirsi all’interno del proprio contesto e ad imparare qualcosa per davvero.


Personalmente sto affrontando il mio secondo tirocinio e, in tutta onestà, sarebbe fin troppo presto per tirare le somme di questa esperienza anche se penso di aver già inquadrato da tempo un problema che affligge tanti altri studenti come il sottoscritto. Si perché il problema in questione riguarda uno dei meccanismi più importanti e atavici della nostra civiltà, ovvero quello della trasmissione della conoscenza.


Fin dall’alba dei tempi la corretta trasmissione delle informazioni è stata il mezzo che ha permesso agli individui migliori di sopravvivere a tutti quei pericoli e a quelle avversità tipici di quella natura che man mano stiamo piegando al nostro volere di civilizzatori/distruttori (su questo si potrebbe scrivere un intero articolo a parte). Naturalmente con l’evolversi della nostra specie sono arrivati nuovi mezzi di trasmissione della conoscenza come la lingua parlata, la scrittura, la stampa, la fotografia, il cinema, ecc.…


Ma proprio una di queste invenzioni sta pian piano distruggendo lo scopo per cui è nato, e sto parlando del computer.


“Ma perché Ing. ti stai scagliando contro questo potentissimo mezzo di informazione e lavoro?” potrebbero obiettare alcuni di voi lettori? Occorre allora prestare attenzione alle mie parole perché questo testo non vuole essere una invettiva in sé contro il progresso che ci circonda (le teorie anarco-primitiviste sono spassose però), ma contro il metodo di utilizzarlo che finirà per distruggere il progresso stesso.


“Ma Ing. che cosa c’entra questo con i tirocini sottopagati che dobbiamo sorbirci per mesi?” arriveremo anche a questo molto presto, ma prima un attimo di contesto.


Per varie motivazioni, nella mia vita, ho già avuto occasione di lavorare ben prima di poter fare un qualsiasi tirocinio: che fosse per aiutare un qualche amico di famiglia o per racimolare qualche soldo extra per me, e ben lì sono iniziate le mie osservazioni.


Notai sempre più nel corso degli anni che nelle generazioni cosiddette “vecchie” man mano che si effettuava il ricambio lavorativo si finiva per sostituirle con una nuova classe di persone sempre meno formata in partenza, e di conseguenza con una minore predisposizione ad innovare e ad insegnare.


Ed ecco proprio dove volevo arrivare con questo percorso di pensieri: (la sempre meno presente) trasmissione di conoscenza.


“Ma è impossibile, il computer e la rete mettono a disposizione miliardi di miliardi di informazioni con un singolo click del mouse” qualcuno potrebbe far notare ma la realtà non è purtroppo questa. Se da un lato la maggiore disponibilità di informazioni si presenta come una risorsa di inestimabile valore, di contro, con il tempo, si sta atrofizzando e automatizzando il cervello umano sul modello del computer stesso rendendolo vittima di un arma da lui creata.


La ricerca compulsiva di una maggiore produttività e il guadagno ad ogni costo stanno avanzando ad un passo insostenibile per la nostra mente, che per quanto potente e insostituibile non è adatta a ritmi così serrati, alienanti.

La nostra generazione di tirocinanti ne sta pagando le spese: veniamo mortificati, spremuti, sterilizzati ma soprattutto sacrificati in nome della produttività forzata, estirpando ogni ciuffo creatività e di elasticità che è propria della nostra giovane età.


Un gruppo di felicissimi tirocinanti universitari (la citazione è per pochi)

Ci stiamo disabituando lentamente al lato umano dell’insegnamento, delegando il compito a queste tecnologie e pretendendo da chi impara lo stesso rendimento dalle macchine utilizzate pena l’esclusione dal lavoro. La disumanizzazione dell’insegnamento non solo favorisce le menti analitiche (ovvero simili al computer) ma le irrigidisce ulteriormente, le rende standardizzate e sterili nel ragionamento, lasciando poco o nessuno spazio alla creatività e alla ricerca del nuovo, all’innovazione oggettiva e pura.


Nell’era dell’informazione costante come quella in cui viviamo è necessario più che mai restare umani e cercare il reale contatto, il reale confronto di idee, il vero legame di collaborazione creativa, utilizzando questi potenti strumenti fornitici dal progresso per amplificare il nostro potenziale evolutivo, intellettivo e creativo.


È necessario, per noi futuri membri della classe lavorativa, pretendere un approccio reale (e non virtuale) alla conoscenza e alla formazione, un apprendistato di umanità e di reale applicazione per quei concetti e quelle conoscenze acquisite durante i nostri studi.

Come è giusto pretendere un reale ascolto delle nostre idee e delle nostre domande, che talvolta pur essendo semplici o ingenue nascondono una mente fresca e reali possibilità di innovare processi consolidati da tempo.


L’estraneità del tirocinante ai processi consolidati di una azienda gli permette di ragionare in maniera esplorativa nei confronti dei processi stessi, potenzialmente mettendo in luce falle o margini di miglioramento ignorati a causa dell’abitudine e della standardizzazione. Un utilizzo corretto di questa elasticità mentale non solo permetterebbe all’azienda di trovare soluzioni creative e nuove per il proprio flusso lavorativo, ma valorizzerebbe la figura del tirocinante come possibile fonte di conoscenza rinnovata e lo spronerebbe ad una maggiore intraprendenza sia lavorativa che formativa.


È necessario però, soprattutto per chi di noi possiede una formazione di alto livello, la capacità di ascolto e l’umiltà di mettere alla prova sulla realtà queste informazioni in una modalità che è propria del tirocinio come attività di formazione. Senza l’apertura mentale è impossibile invertire questa tendenza alla freddezza meccanica causata dall’errato utilizzo dei computer, sia da parte dello studente che da parte del suo tutore.


La formazione richiede tempo, pazienza (che non è ahimè per tutti) e risorse che vengono a mancare al comparto produttivo aziendale riducendone il rendimento.

Talvolta, purtroppo, capita di incappare in realtà aziendali che non ammettono cali di profitto o investimenti nella informazione e creando così una specie di “selezione naturale” dove quelli che sopravvivono non sono i potenziali innovatori ma coloro che riescono ad adattarsi al regime impersonale dell’informatizzazione e ai suoi ritmi inarrestabili, rendendosi così funzionali alla mera produzione industriale in sé e venendo scartati al calo del proprio rendimento come un prodotto usa e getta.


Penso sia proprio per questo motivo per cui molti di noi tirocinanti si sentano inutili durante la propria esperienza, a causa della nostra incapacità di sostenere un economia ed un mondo del lavoro che pretendono conformazione, specializzazione, ritmi di apprendimento pressoché istantanei e piegati alla necessità assoluta del profitto.


A gettare benzina sul fuoco ovviamente c’è anche la questione delle garanzie di retribuzione e previdenza sociale che ci vengono (non) fornite dalle aziende.


Un tirocinante che osserva l’arrivo della propria pensione

Salvo pochi che possono vantare imprese familiari alle proprie disponibilità, il resto dei tirocinanti deve affacciarsi al mondo aziendale tramite il lavoro dipendente e penso non sia necessario indicare quanti problemi e quante poche tutele questo comporti durante le nostre esperienze. Basti pensare alla non obbligatorietà di retribuzione del tirocinio e all’assenza di misure contributive ai fini pensionistici cumulabili con esso.


Come può un tirocinante essere motivato ad apprendere davanti a tutte queste difficoltà?


Come è possibile invertire questa tendenza di disumanizzazione del sistema di apprendimento?


Riusciremo a riaffermare la nostra essenzialità al di sopra delle macchine?


Queste sono alcune delle domande a cui ho cercato di rispondere in queste righe, ma penso sia necessario che ognuno di noi si interroghi a riguardo.


E che il mio capo la smetta di trattarmi come un manuale di ingegneria dato che a differenza sua un cervello (e presto anche una laurea) lo ho. Forse.



Ing. Sisso

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