Essere genitori o essere umarél?
- Ing. Sisso

- 25 nov 2021
- Tempo di lettura: 3 min
Ho trovato molto interessante l’articolo scritto dalla Splash nei giorni scorsi e mia spinto a pormi una domanda: è nato prima il figlio o il genitore?
Parafrasando una delle domande arcane che l’umanità si pone dalla notte dei tempi, inizia così per me un fiume di pensieri tanto complesso quanto soggettivo.
Ma partiamo con ordine: per definizione nasciamo figli (qualcuno ci dovrà pur mettere al mondo no?) e con il tempo subentrano nuove problematiche legate alla nostra crescita (sia biologica che personale) oltre a fattori socioculturali che compongono l’ambiente in cui viviamo.
Questa crescita è accompagnata dalla presenza di una figura genitoriale, qualunque essa sia, uno, due, nessun genitore, genitori e figli allo stesso tempo. Questa figura inoltre può essere attiva, passiva o alla costante ricerca di un confronto con noi (anche se questa evenienza risulta particolarmente rara).
È tutto un gran casino mettiamola così.
Queste variabili, comunque la si voglia mettere, influenzano il nostro percorso di vita, quello che saremo in futuro e, infatti, proprio in questo troviamo la risposta alla domanda che ci siamo posti all’inizio del testo.
Sono nati prima i genitori.
Sono nati per primi perché gli unici e veri genitori che avremo nella nostra vita saremo noi stessi: siamo noi che decidiamo come costruire la nostra persona e il nostro pensiero. Nessun altro.
Il vero processo di apprendimento che svolgiamo durante la crescita è strettamente legato alla nostra capacità (e alla nostra volontà) di tradurre gli stimoli esterni che riceviamo in tratti fondanti della nostra personalità e in quella lista di principi personali su cui basiamo le nostre relazioni sociali e lavorative.
È innegabile che esistano delle influenze ma sono fini a loro stesse, soprattutto per il fatto che siamo noi ad accettarle o meno in quanto unici responsabili delle proprie azioni e del proprio ruolo all’interno della società di cui facciamo parte.
La nostra è una società di genitori con la presunzione di considerare figli tutti coloro che hanno al proprio fianco, dimenticando molto spesso che siamo sia genitori di noi stessi che figli delle circostanze e delle proprie azioni.
Il modello societario imposto di ruolo genitoriale è assimilabile a quello che in dialetto reggiano viene definito umarél.
La figura dell’umarél viene tradizionalmente incarnata da una persona anziana che osserva qualsiasi tipo di lavoratore in opera e dispensandovi osservazioni e contributi verbali non richiesti, talvolta utili e talvolta futili ma sempre e comunque dettati da una presunzione di saggezza dovuta alla propria avanzata età.
La cultura individualista e narcisistica che contraddistingue il modello eurocentrico e paternalistico nel quale viviamo ci riduce ad una accozzaglia di umarél, sicuri che la propria esperienza di vita e le proprie scelte siano di certo illuminanti per il percorso di vita altrui.
Questo inoltre mette in mostra un'altra deformazione causata dalla cultura dell’umarél ovvero la ricerca compulsiva di approvazione come gratifica per il proprio percorso di auto genitorialità per tutto l’arco di vita della propria persona.
L’anziano che osserva i cantieri riempie il proprio tempo e ricerca una approvazione per il proprio percorso di vita che ormai sta giungendo al tramonto.
Il genitore che si vanta dei successi del figlio ricerca approvazione per le proprie scelte di educazione e rassicurazioni per insicurezze dovute al futuro del proprio figlio.
Il ragazzo che si vanta delle proprie conquiste amorose ricerca inclusione sociale e approvazione per la propria mascolinità tossica (un discorso che meriterebbe un articolo a sé), tutti modelli che egli riceve come stimoli esterni e che cerca di inserire nel proprio percorso di crescita.
Gli esempi sono molteplici e li abbiamo sotto gli occhi continuamente nella nostra quotidianità.
Tutto ciò è un meccanismo che si autoalimenta, come un cane che rincorre la propria coda, e spesso quelle che consideriamo figure genitoriali, che vorremmo contribuissero alla nostra crescita, sono figlie tanto quanto lo possiamo essere noi.
La vita naturalmente segue il proprio corso di incontrollabili eventi ponendoci davanti a scelte e ad esperienze di cui la nostra componente genitoriale deve farsi carico. O subire passivamente come farebbe qualcuno che un genitore non lo ha. Né in sé stesso né in altri.
Però quanto è comodo essere degli umarél vero?
Ing. Sisso



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