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Futuria

  • Immagine del redattore: La Dantesca
    La Dantesca
  • 4 nov 2021
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 15 nov 2021

Halloween è appena passato. Immagino che molti fra i lettori di Be Wilde abbiano voluto festeggiare, magari con una festa casalinga, un’uscita per la città o, forse, con una più classica serata pizza e film. Nel caso in cui doveste aver scelto la seconda opzione - e foste passati per Bologna - avrete incontrato molte maschere vagare per la città. Nell’aria, allegria e poca sobrietà; nei pressi di via Indipendenza, alcune persone avevano deciso di spaventare i passanti con dei costumi particolarmente inquietanti. Ciò che più di tutto ha reso il tragitto interessante, è stato proprio evitare quell’irrequietezza, insicurezza.


Per quanto riguarda la sensazione dell’inquietudine, alcuni ricercatori si sono dedicati alla spiegazione di questo stato, diverso dall’orrore, più potente della paura. La risposta? Il fattore scatenante sembrerebbe essere il vago. Così, quanto più una situazione - o un’immagine - si avvicina al familiare, senza raggiungerlo, più scatena una dissonanza cognitiva nel nostro cervello, responsabile dello stato “terrorifico”.


In altre parole, abbiamo paura dell’ignoto. L’angoscia, l’ansia del prevedibile, si potrebbe dire. Per quanto voglia evitare di dover riconoscere del credito a Kierkegaard, “c’aveva azzeccato”. Siamo pietrificati da quello che conosciamo ma non comprendiamo. Ci spaventa il futuro.


Quando “eccelse menti” decidono di additare “le nuove generazioni” come troppo fragili, in relazione all’enorme diffusione dei disturbi dell’ansia, comprendiamo la reale portata del vivere un futuro incerto come quello che si prospetta. Non è un caso se, ora, si parla di “eco-ansia” - o peggio ancora, di “eco-rabbia”.


I prossimi anni sono descritti come un dramma ben più grande dell’uomo, un qualcosa che non potremo ammendare con una pezza ed il perdono dei nostri peccati - non sarà il “solito” genocidio, presto dimenticato come tutti gli altri.

Non si tratterà nemmeno di collaborazione, ma di contrastare il terrorismo dilagante, grandi flussi emigratori dai posti più caldi, la siccità, le guerre per il metano, l’acqua, il cibo. Così, il castello che ogni uomo ha costruito, nel suo disperato intento di scacciare il pensiero della morte, è crollato. Insomma, questa prospettiva così disfattista vede come risoluzione una grande forza di volontà - e qualche miracolo scientifico, che ci permetta di riparare l’irreparabile.


Ho affrontato questa discussione, in altri termini, con un amico, studente di filosofia. La sua visione mi ha aiutato a prospettivizzare l’angoscia; voglio condividerla qui.


L’ansia è preparatoria. Non è una paura, come potrebbe esserla quella di cadere da una grande altezza, bensì la realizzazione che questa possibilità esista. La minaccia non è avvertita fisicamente, riferendosi al caso sopracitato non ci troviamo su un precipizio, in procinto di volare per metri e metri ad un passo sbagliato, ma esclusivamente mentalmente. È la preparazione ad uno scenario la quale attualizzazione sfugge al nostro controllo: questo ci fa perdere nella vaghezza. La sua risposta al problema è molto coraggiosa, prendere un grande respiro e vivere ogni momento ed ogni emozione per poter sconfiggere l’ansia stessa di poterla provare in futuro, ma capisco che possa sembrare la tipica “più facile a dirsi che a farsi”. Forse l’unico modo per vivere l’ansia del futuro è aspettare che esso arrivi? Naturalmente vivendo un'attesa che non diventi ansiosa? O forse sarebbe meglio vivere anche l’ansia stessa, lasciare che ci pervada, così che potremo riconoscerla ed averne meno timore alla prossima occasione?


Per le risposte a queste domande, chiedo a voi.


È stato un buon Halloween, no?






Foto di copertina: Aliaksei su Unsplash





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