Kumbaya
- La Dantesca

- 3 feb 2022
- Tempo di lettura: 3 min
Proprio qualche minuto fa, un corriere ha suonato al citofono. Dopo l’imbarazzante incontro con il vicino di casa, che ho tempestivamente fermato dal prendere l’ascensore (motivo consegna del pacchetto), ho scartato un regalo inaspettato. Il libro che ho ricevuto è molto particolare: la dicitura legge “The Artist’s Way – A spiritual path to higher creativity”. Il momento è azzeccato, la produzione de La Dantesca non è stata particolarmente florida al momento.
Mi approccio con riguardo al manualetto, la copertina è dorata: il messaggio è chiaro. L’autrice, Julia Cameron, sa cosa sta regalando ai suoi lettori: quello che mi appresto a leggere, è un Sacro Graal, una cura per il Sé creativo, una specie di Bibbia per artisti.
Le prime due pagine sono ispirazionali, parole d’affermazione, incoraggiamenti. In un primo momento, mi sento quasi rassicurata sulla lettura del libro. A pagina 3 la magia si perde, in una pagina dedicata siedono una serie di comandi che dovrebbero fare da spina dorsale per il percorso di cura della propria creatività. La scrittrice non si astiene da una posizione laica, affermando che il ruolo della spiritualità cristiana può essere marginale, ma la semplice presenza dei precetti quali “Dio ha donato a noi la Creatività, coltivare il frutto di questa significa ripagare Dio di quanto ci ha dato” manifesta una chiara presa di posizione.
Preso in considerazione che definire la Creatività come qualcosa che non ci appartiene da sé, ma che usa l’uomo come canale per esprimersi, ha dei risultati teologici non da poco (che non voglio e non so elencare), e che non voglio criticare la religiosità né tantomeno la spiritualità dell’autrice, che ha tutto il diritto di professare il suo credo liberamente, non posso nascondere di aver avuto una risposta particolarmente forte a quanto letto. Il problema probabilmente è uno: invidia.
Non so in quanti condivideranno la mia posizione, ma parlando di religione, ho ottenuto diverse volte un riscontro simile al mio: invidio chi ha il dono della fede. Invidio chi riesce a credere, a fidarsi, a professare fieramente il proprio credo. Quando Marx – che no, non è stato antisemita, ma antireligioso - diceva che “la religione è l'oppio dei popoli”, non sbagliava. Invidio profondamente chi allieta il vivere con la ricompensa di una vita dopo la morte, ancora di più chi possiede una giustificazione per l’esistenza dell’uomo sulla Terra.
Forse parafraso troppo, mi rendo conto, ma restate con me per un attimo e lasciate che vi spieghi. Credere in qualcosa è la più dolce ricompensa che la fede possa dare: soprattutto in un momento in cui trovare un punto fisso è un processo complesso e difficoltoso, al momento tutto sembra essere fragile. Di eco-ansia vi ho già parlato (qui), ma è l’esempio perfetto per quello che intendo quando parlo di un presente “di cristallo”. La crisi ambientale ci costringe a rivedere il nostro posto nell’ecosistema Terra e a frenare – o meglio, regolare - il grande Prometeo della Tecnica. Allo stesso modo, la deriva nucleare è come un ronzio di sottofondo, forte abbastanza da farsi sentire, ma non troppo da diventare un problema visibile.
La fede dà speranza, forza. Va da sé, questo ruolo è svolto dal credo e certamente non dalla religione. Si potrebbe parlare per ore del problema della religione, dei suoi effetti sociali, delle disuguaglianze da essa provocate, di crociate, di potere, controllo e molto altro, ma per questo esistono grandi saggi di storiografia che penso possano essere ben più esplicativi di queste poche parole.
Ecco, riguardando questo libro dorato che è arrivato oggi, non posso che provare invidia per chi crede, per chi vive di speranza e promesse. Kumbaya.



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